La vite di Archita e quella di Archimede

Due geni dell’antica Grecia, inventori di due cilindri filettati: cosa li distingueva?

Uno stratega amico di Platone

Lo studio ed il problema dell’utilizzo pratico dell’elica cilindrica ha radici antiche.
L’invenzione della vite meccanica si fa comunemente risalire al matematico greco Archita, nato a Taranto nel 428 a.C. e morto a Mattinata (in provincia di Foggia), nel 360 a.C., il quale fu filosofo di scuola pitagorica (nonché amico dello stesso Pitagora), matematico e politico.
Archita, “stratego” (ossia capo militare) della sua città natale, viene considerato l’inventore della Meccanica razionale e il fondatore della Meccanica.

La “primitiva” vite da lui progettata fu realizzata naturalmente in legno, così come altri oggetti che provocarono stupore tra i contemporanei.
Inventò infatti una mirabolante colomba meccanica ad aria compressa in grado di volare ed un sonaglio a forma di raganella, costituito da una ruota dentata che produceva un “gracidio” facendo saltare una molla su un pezzo di legno.

Aristotele stesso raccomandava l’acquisto della raganella giocattolo ai genitori!
Proclo Licio Diadoco racconta che il matematico e astronomo Apollonio di Perga rimase affascinato dalle proprietà geometriche dell’elica cilindrica messe in pratica da Archita, tanto da trattare in alcune opere il funzionamento delle viti cilindriche per spiegare come esse riescono a scorrere su se stesse.

Si ha notizia dell’impego dell’impiego comune di viti di legno nei torchi per produrre l’olio e il vino, ma si dovrà aspettare fino al XV secolo per potere vedere le prime viti metalliche, anche se la loro commercializzazione inizierà solo nel XIII secolo.
Fin qui abbiamo trattato della vite meccanica “tradizionale”, quella cioè utilizzata a scopo di giunzione.
Ma è l’unico tipo di vite esistente? Certo che no. Ne esiste un secondo tipo, che ha origini non meno nobili della prima.

Eureka!

Archimede di Siracusa (città in cui nacque settant’anni dopo la morte di Archita e dove morì nel 212 a.C.) è stato un matematico, fisico e inventore greco.
È rimasto celebre per i principi che scoprì e sfruttò sia in ambito meccanico che idraulico e per le macchine da guerra che progettò per difendere Siracusa dall’assedio romano, tra cui una enorme lente con cui bruciò le vele delle imbarcazioni nemiche.
Fu in seguito alla scoperta del principio idraulico che porta il suo nome, che pronunciò la famosa esclamazione ” eureka!” (“ho trovato!”).

La vite idraulica da lui importata in Italia, detta còclea (dal latino “chiocciola”), consiste in una vite inserita all’interno di un cilindro di pari diametro che, per mezzo della rotazione, permette di sollevare liquidi e materiali incoerenti. La còclea di Archimede può essere utilizzata anche come macchina motrice, per sfruttare l’energia cinetica liberata da un fluido in movimento (che è quello che accade quando si impiegano ad esempio le ruote idrauliche).

Abbiamo parlato di “importazione” di questo dispositivo e non di “invenzione” perché sembra che esso fosse già in uso al tempo della realizzazione dei Giardini pensili di Babilonia e che Archimede lo abbia semplicemente adottato dopo un soggiorno di studi ad Alessandria d’Egitto.

Un salto fino ai giorni nostri

Sia la vite di Archita che quella di Archimede hanno goduto di un successo ininterrotto nel corso della storia, un successo dovuto al grande contributo che hanno dato alla tecnologia, ed il loro sviluppo è avvenuto su due scale diverse.

Mentre le viti di Archimede nel corso dei secoli sono state realizzate in formato sempre maggiore ed oggi trovano impiego all’interno di centrali idroelettriche o in impianti di drenaggio, le viti di derivazione “archeana” vengono utilizzate in formato “maneggiabile”, fino a dimensioni nanometriche (basti pensare al loro utilizzo in ambito biomedicale).

Fu proprio questo secondo modello di vite a trovare una più ampia applicazione, a partire dal 1600, secolo in cui la produzione di viti e bulloni venne avviata in serie.
Accadde in Francia, ad opera di Besson: successivamente la Hindley of York migliorò ulteriormente la qualità produttiva e le macchine.

Bisogna pensare però che, fino al processo industriale introdotto dai fratelli Wyatt, la filettatura delle barre era un procedimento realizzato manualmente!
Finalmente nel 1760, grazie a questo enorme contributo il mercato ha cominciato a vedere il diffondersi di viti, bulloni e dadi di diverse dimensioni per gli utilizzi più disparati.

Oggigiorno, grazie alla precisione ed alla adattabilità delle macchine a controllo computerizzato, una azienda come questa è in grado di offrire una varietà di viti e bulloni in grado di soddisfare qualsiasi esigenza dei privati: viti di Archeo affidabili e su misura!